Ogni giorno nel mondo vengono prodotti e scambiati circa 2,5 miliardi di dati. Una quantità enorme di informazione che oggi, con l’affermarsi di nuovi modelli di mercato, ha acquisito un ruolo centrale. Ad essersi accorte ormai da tempo dell’importanza dei dati per migliorare l’offerta e generare più profitto sono sicuramente le imprese, soprattutto quelle di più grandi dimensioni che tendono sempre più verso la profilazione della clientela per delineare i loro modelli di business. Ma se le aziende sono ormai arrivate a questo punto, a che altezza si collocano i consumatori/cittadini che mettono a disposizione questa importante risorsa? Abbiamo cercato di approfondire un po’ l’universo dei “Big Data” rivolgendoci al Presidente di I-Com, Stefano da Empoli. L’istituto per la competitività promuovere infatti temi e analisi sulla competitività in chiave innovativa, all’interno del quadro politico-economico europeo ed internazionale.

Partiamo quindi dai dei soggetti coinvolti in questa relazione di scambio che ha per oggetto i dati: le imprese, da una parte, e i consumatori/cittadini dall’altra.

Secondo il Rapporto I-Com sulla diffusione del digitale nelle abitudini dei consumatori e nel business delle impese, il 7,2% delle aziende italiane utilizza i Big Data e per il 53% delle imprese il principale vantaggio del canale digitale è la maggiore soddisfazione del cliente. Ma, precisa da Empoli, “C’è una grande eterogeneità nel panorama delle aziende. Una prima distinzione va fatta in funzione della dimensione aziendale. Le imprese più grandi si sono attrezzate di più e in anticipo rispetto a quelle di più piccole dimensioni, fatta eccezione per una piccola nicchia di queste che ha puntato di più sul valore dei dati. Un’altra differenza va fatta riguardano al comparto dei servizi. Alcuni sicuramente sono più avanti (finanziari e banche assicurazioni e ovviamente telecomunicazioni); più indietro troviamo l’energia e le utilities in generale e il comparto retail legato ai supermercati e ipermercati. Inoltre, anche quando imprese di dimensioni medio-grandi hanno investito sul fronte dei dati molto, in molti casi non hanno poi effettivamente legato le loro scelte aziendali a questo fattore”.

Per incentivare i propri clienti a cedere dati che li riguardano, il 43% delle aziende ricorre a servizi aggiuntivi (soprattutto nel settore dell’energia, delle Tlc e dei media), seguono le fidelity card e l’applicazione di sconti. proprio nell’attivazione di questi strumenti si manifesta però la scarsa consapevolezza dei consumatori riguardo al valore delle informazioni cedute. “Pochi, anzi pochissimi, sanno realmente cosa si sta realmente scambiando”, sottolinea il Presidente di I-Com, “Tuttavia, siamo convinti che in questa relazione di scambio ci sia una grande opportunità potenziale anche per i consumatori. Il problema è che questa opportunità per trasformarsi in qualcosa di positivo per i consumatori ha bisogno di un bilanciamento delle posizioni”.

Tra le criticità che ostacolano il decollo del digitale nei rapporti con i consumatori c’è sicuramente la resistenza al cambiamento e la tutela della privacy. “La regolamentazione non deve ostacolare l’innovazione ma semmai favorire una corretta allocazione del payoff tra imprese e consumatori che sempre più devono essere consci del valore dei propri dati e essere messi nelle condizioni, se lo vogliono, di poterli scambiare sul mercato”.

“È vero che ci sono delle problematiche di tipo normativo legate soprattutto al fatto che i dati sono un bene intangibile e anche facilmente trasferibile da un’area geografica all’altra. La legislazione principale non può che essere di derivazione europea ed è quindi partendo dall’Europa che bisogna trovare un coordinamento con altre aree del mondo. La grande novità in materia di privacy è rappresentata dal regolamento sulla protezione dei dati personali approvato a livello europeo lo scorso aprile che dovrà essere implementato entro due anni. Si tratterà di un passaggio molto importante che, pur non risolvendo tutti i problemi, rappresenterà una buona base di partenza”, precisa da Empoli.

Volendo immaginare quale futuro ci aspetta, si può senz’altro supporre che nel breve periodo lo spazio occupato dai Big Data nelle dinamiche di mercato tenderà ad aumentare. Che tipo di criticità quindi andranno affrontate?Due sono i fronti da osservare. Il primo è quello del rapporto tra imprese e consumatori/cittadini in relazione alla diversa tipologia dei dati che vengono scambiati. C’è sicuramente differenza tra lo scambio di informazioni che riguardano le abitudini d’acquisto ad esempio di libri e lo scambio di informazioni che riguardano la salute ed è quindi necessario fare in modo che ci sia piena tutela della privacy dei consumatori. L’altro fronte da sorvegliare è quello di garantire una concorrenza reale tra le imprese. Bisogna evitare, coiè, che i dati e le informazioni che da essi si possono ricavare, non siano sfruttati per in maniera scorretta. È necessario quindi un enforcement da parte delle leggi comunitarie e nazionali per far si che non ci siano casi di concorrenza sleale”.